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Storia locale, tradizioni e curiosità su Manduria

La grammatica dei muretti a secco

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«Intanto i bambini sono tornati a svolgere il compito che stavano compiendo e io rifletto su quello che stanno facendo: un bambino riempie il suo canestro con le pietre e, quando è pieno, se lo carica in spalla aiutato dall’altro bambino; lo va a vuotare e torna indietro. Intanto che è andato e tornato l’altro bambino ha riempito il suo canestro ed è giusto in tempo per farsi aiutare a caricarselo sulle spalle e andare a svuotarlo. Continuano sempre così, ognuno si riempie il suo canestro e lo svuota (…)».

La citazione è tratta dall’opera di Emilio Greco  No’ è ccieddi no’… nnu illanu éti! [1]

I due bambini sono Cosimino e Giovannino, i figli del protagonista Gregorio, i quali nella terra arata, riempiono canestri di pietre che svuotano presso il confine con il vicino.

Questa operazione definiva, in un passato troppo presto dimenticato, una delle attività più diffuse nelle campagne che presentavano terreni pietrosi.  

Per rimanere nel registro linguistico dialettale di Manduria, ci piace ricordare che “ogni petra ozza pareti”, un significato figurato derivato da un lavoro reale e necessario: rendere coltivabile il terreno, liberandolo dalle pietre, oppure  definire il confine di proprietà rispetto al terreno confinante.

L’architettura a secco ci conduce in quello che è il paesaggio agrario, soffermandoci sull’uso antropico del suolo.

Manufatti come trulli, pagliare, specchie, muri in pietra a secco trovano la loro ragion d’essere in un contesto esclusivamente rurale, come risposte a esigenze comuni delle comunità agricole del passato. 

La costruzione di una muratura a secco richiede determinate conoscenze tecniche, in possesso di costruttori esperti, i maestri paretari.

Ciò non esclude che anche altri soggetti, principalmente i contadini, abbiano saputo realizzare, nei secoli passati, spettacolari costruzioni a secco, dopo aver proceduto allo spietramento di un terreno, configurando un’architettura oggi definita di tipo ‘vernacolare’, proprio in riferimento al carattere autoctono delle conoscenze e delle abilità acquisite dai costruttori.

Una riscrittura del paesaggio affidata a incastri antichi e ben ragionati, nel caso di muri in pietra a secco frutto di regole murarie sintatticamente valide, non scritte eppure capaci di narrare secoli di straordinaria abilità tecnica affidata a mani callose e corpi piegati dalla fatica.

Come non pensare allora a una grammatica di tali muri, in cui i vocaboli sono le pietre, la sintassi è il loro perfetto incastro, la punteggiatura le scaglie inserite negli interstizi, che cadono nel muro come accenti o virgole in un discorso, l’ultima fila di pietre in alto a chiudere la struttura, come il punto fermo un periodo.

Di muretti a secco scrive, seppur indirettamente, Vitruvio nel suo De Architectura risalente al 15 a.C., quando pone a confronto l’opus reticulatum e l’opus incertum , preferendo quelle murature in cui i blocchi si incastrano legandosi intimamente tra loro grazie alla gravità e alla corretta disposizione delle pietre, che è poi il principio cardine dell’arte muraria a secco.

Il celebre architetto romano, inoltre, illustrando la tecnica greca dell’emplekton (che però prevedeva l’uso della malta), descrive perfettamente la muratura a tre strati, di cui due paramenti esterni in pietra squadrata e un riempimento centrale di pietrisco minuto per favorire il drenaggio dell’acqua.

Infine, Vitruvio, afferma con forza l’uso di pietre irregolari e di scarto recuperate in loco, espressione dell’esigenza di rendere coltivabili i terreni pietrosi.   

Nel 2018 l’UNESCO ha iscritto i muri in pietra a secco nella lista dei Patrimoni culturali immateriali dell’umanità, a suggellare secoli di fatica e maestria contadina, ma anche a testimoniare la capacità dell’uomo di modificare l’ambiente in cui opera, utilizzando le risorse naturali a sua disposizione in maniera rispettosa ed ecologicamente sostenibile.

I muri a secco sono nel nostro territorio una presenza diffusa che va preservata e tramandata, diffondendone la conoscenza e riproponendone le tecniche costruttive.

È quanto si propone Archeoclub Manduria con il progetto didattico “Un popolo di formiche”.[2]

«… e dovunque muri e muretti, non dieci, non venti, ma più, molti di più, allineati sui fianchi di ogni rilievo, orizzontalmente, a distanza anche di pochi metri, per contenere il terreno, per raccoglierne e reggerne un po’ fra tanto calcare. Mi chiederai come ha fatto questa gente a scavare ed allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la Murgia più aspra e più sassosa; per ridurla a coltivazione facendo le terrazze (…) non ci voleva meno della laboriosità di un popolo di formiche». (Tommaso Fiore, Un popolo di formiche, Laterza 1978, p. 8)

Al popolo di formiche ci ha fatto pensare la presenza all’interno del Parco, e precisamente nell’area circostante la chiesa di S. Pietro Mandurino, di numerosi manufatti in pietra a secco, residui della presenza di un villaggio medievale, con le sue presumibili recinzioni e modeste fortificazioni, sopravvissuti alla creazione del Parco Archeologico.

Le varie fasi di tale progetto verranno qui documentate con report e immagini.

Stay tuned.

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Giovedì 24 settembre
Con un primo incontro nella biblioteca dell’I.I.S.S., è stato avviato il progetto didattico “Un popolo di formiche”. Il socio Archeoclub ingegner Sergio De Cillis ha introdotto i ragazzi nell’affascinante, e per molti versi sconosciuto o trascurato, dei muri in pietra a secco.

Dalla settimana prossima esperienza e laboratorio sul campo, nel Parco Archeologico delle Mura Messapiche.


Mercoledì 30 settembre

Ci siamo.

Parte domani, a cura di Archeoclub Manduria, il progetto didattico Un popolo di formiche.

Le attività si svolgeranno all’interno del Parco Archeologico delle Mura Messapiche, presso la chiesa di S. Pietro Mandurino, dalle ore 9.00 alle 12.30 circa.

Vieni a vedere di cosa si tratta.

Il progetto, suddiviso in diversi moduli, coinvolge due classi dell’I.I.S.S. Einaudi: la 4A CAT (Costruzioni  Ambiente Territorio ) e la 4° A ASR (Agricoltura Sviluppo Rurale).

Dopo l’incontro tenutosi il 24 settembre scorso, all’interno della biblioteca dell’Istituto, durante il quale l’ingegner Sergio Se Cillis ha tenuto una lezione introduttiva sulle finalità del progetto, domani gli studenti avranno modo di osservare e approfondire sul campo quanto loro spiegato.

Le attività della giornata prevedono  l’intervento dell’archeologo e socio Archeoclub Valentino Desantis,  il quale introdurrà gli studenti all’inquadramento storico-archeologico del Parco.

Seguiranno accenni sull’architettura a secco e le sue tecniche costruttive, scoprendo il passaggio dalle imponenti mura messapiche alle strutture rurali della zona; sul paesaggio come traccia antropica, nel quale ogni forma racconta il lavoro dell’uomo e il suo adattamento all’ambiente; sull’archeologia dei manufatti, imparando a leggere i muri a secco come veri reperti archeologici per ricostruire la storia del territorio nel corso dei secoli.

Manduria, Parco Archeologico delle Mura Messapiche, tratto di muro da ricostruire

Sarà poi la volta dell’ingegnere Sergio De Cillis, anch’egli socio Archeoclub, il quale parlerà del Casale Mandurino, seguendo le tracce dell’inserimento medievale all’interno dell’area urbana messapica, e sottolineando la presenza di  un elemento determinante per l’urbanizzazione della zona: la presenza dell’acqua.

Terminate le lezioni teoriche, gli studenti saranno ‘presi in carico’ dalla maestra paretara Emanuela Barbarello, la quale provvederà a spiegare loro alcune caratteristiche  dei muretti a secco, le pietre di facciata, il riempimento, i leganti fisici.

I ragazzi, divisi in gruppi, saranno impegnati su più fronti.

Quattro alunni per classe parteciperanno attivamente alla costruzione di un tratto di muro in pietra a secco; degli altri due gruppi, uno selezionerà le pietre, l’altro procederà alla loro schedatura.

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Documenteremo, con foto e video, le attività che i ragazzi andranno svolgendo.


Giovedì 1 ottobre

Per  Un popolo di formiche il cantiere del Parco Archeologico delle Mura Messapiche di Manduria apre alle 8.30.

La presidente Archeoclub accoglie i ragazzi della  4A CAT dell’I.I.S.S. “Einaudi” e consegna  loro cartellina, penna, magliette e dispositivi di protezione.

 

Viene somministrato agli studenti un questionario conoscitivo riguardante il territorio.  

La socia Paola Pasanisi acquisisce materiale foto-video per la realizzazione di un prodotto multimediale da completare nel laboratorio della scuola.

 Altri soci  documentano con registrazioni audio-video e foto le attività della giornata. 

L’ingegnere Sergio De Cillis ha interagito con gli studenti illustrando loro la vicenda del casale mandurino,relativamente alle dimensioni dell’abitato, al presumibile numero di abitanti e alla sua origine.

Le mura di Manduria furono erette per proteggere l’abitato dalle minacce esterne. Tuttavia, questo sistema difensivo non bastò a salvare la città messapica: la successiva distruzione di Manduria segnò l’inizio di un profondo spopolamento del centro abitato.

A causa delle continue e devastanti incursioni barbariche, l’area urbana venne progressivamente abbandonata e la popolazione si disperse nelle campagne circostanti, dove sorsero diversi casali di cui ancora oggi si conservano i toponimi.

Durante la dominazione bizantina si registrarono tracce di minuscoli insediamenti anche all’interno della cinta muraria.

La vita religiosa di questa comunità era testimoniata dalla presenza di varie chiese, tra le quali l’unica superstite è la chiesa di San Pietro Mandurino.

Il dott. Valentino Desantis, percorrendo la stradina che lambisce la chiesa di San Pietro Mandurino, ha illustrato agli studenti alcune caratteristiche riguardanti le due cerchie di mura, quella più antica (inizio V sec. a. C.) e quella più esterna (fine III sec. a. C.).

Le due cerchie hanno tecniche completamenti differenti. Nella prima cerchia lo spessore del muro viene dato dai blocchi cavati nella roccia e disposti di testa, mentre la seconda cerchia segue una tecnica molto più evoluta.

Egli, inoltre, ha sottolineato l’importanza dell’osservazione di un luogo, rivolgendo agli studenti  l’invito a  «leggere il paesaggio» per contestualizzare i singoli elementi presenti in esso.

La presenza di canne nella zona del fossato, ad esempio,  è un indicatore di una zona umida, anche perché, in tutte le epoche, gli insediamenti  abitativi sono sorti in prossimità di sorgenti idriche.

L’acqua è un elemento fondamentale nella vita umana, non solo per  l’utilità che tutti conosciamo, ma anche perché configura una dimensione religioso-rituale del luogo, nella quale l’acqua era fondamentale.

Ha sottolineato, infine, l’importanza del muretto a secco in archeologia.

Per gli archeologi i muretti a secco sono una miniera di informazioni, perché essendo ‘immobili’ lasciano intatta la fondazione, la quale preserva resti archeologici anche per millenni.

La maestra paretara  Emanuela Barbarello ha introdotto gli studenti alla tecnica muraria vera e propria, premettendo che lo stato di partenza della loro attività è quello di ‘ripristino’, essendo già presente la fondazione del muro.

Questa condizione ha comportato preventivamente una pulizia della base del muro, non solo delle erbacce, ma anche della stessa terra.

Ha poi proceduto a illustrare loro i vari strumenti di lavoro, spiegandone la finalità: il piccone, il martello da carpentiere, la martellina da tagliapietra, il piccozzino, la piccozza, la mazzetta da muratore,il rastrello, le forbici da potatura, la tenaglia.

Tra gli attrezzi del mestiere figura anche il filo da muratura o ‘tracciolino’: l’innalzamento di un muro a secco, infatti, necessita di alcune guide, entro le quali disporre le pietre.

Ogni pietra ha una sua forma, dimensione e utilità. Essa deve essere ‘letta’ correttamente per poter comprendere quale sarà il suo posto.

Un muro a secco sta in piedi perché le pietre sono scelte, incastrate e disposte con equilibrio, senza malta, il loro peso e l’attrito fra le superfici distribuiscono le forze e rendono stabile l’intera struttura.

Le regole  per una corretta struttura muraria prevedono di posizionare le pietre più grandi alla base come “fondazione” e disporre i blocchi leggermente inclinati verso l’interno per scaricare il peso del terreno.

Le piccole scaglie di pietra inserite negli interstizi stabilizzano i blocchi principali, bloccando ogni movimento della struttura. 

I ragazzi hanno selezionato le pietre mettendole da una parte.

Hanno poi analizzato la situazione del muro e cercato esattamente le pietre di cui avevano bisogno. 

Alla fine dell’attività giornaliera si è giunti alla sistemazione della testa e di due file di un versante di muro.

Le attività continuano con la classe 4A ASR.


Venerdì 2 ottobre

Oggi sono stati gli studenti della 4° ASR  ad animare il Parco Archeologico delle Mura Messapiche con le attività previste dal progetto didattico “Un popolo di formiche”.

Al loro arrivo, gli studenti sono stati accolti dai soci Archeoclub presenti.

Sono stati consegnati loro i dispositivi di sicurezza (casco, scarpe, tute, guanti, occhiali) e il materiale didattico (cartellina, penna, quadernetto).

Prima di cominciare l’attività è stato loro somministrato un questionario conoscitivo riguardante il territorio.

L’ingegnere Sergio De Cillis ha contestualizzato il luogo nel tempo, illustrando le vicende storiche che lo potarono a diventare nel Medioevo a essere, da centro popoloso ed economicamente attivo qual era, poco più di di un villaggio: il casale Mandurino.

Vengono poste alcune domande agli studenti, invitandoli all’osservazione e a un ‘discorso di contesto’.

Ci si chiede cosa sia rimasto dell’antica città nella zona.

Senza dubbio le mura, il fossato, le tombe (sia messapiche che medievali), il fonte pliniano, le strade (alcune antichissime) e le chiesette disseminate nell’area, fra cui San Pietro Mandurino, quella antica  cui sorge l’attuale S. Antonio, la chiesetta di S. Croce,  di S. Eligio, dell’Annunziata.

Inoltre, quali testimonianze possiamo evincere della vita che vi si conduceva.

Ed ecco richiamare l’importanza dei resti che si ritrovano in quel luogo, i cocci di ceramica antica come i laterizi moderni, tutti i materiali presenti come resti costituiscono un termine ante quem per la datazione dei muretti a secco ad esempio, costruiti dai contadini nel medioevo con i resti delle abitazioni della città ormai abbandonata.

Di questo si è occupata la dott.ssa Ileana Tedesco, guida ambientale escursionistica (AIGAE).

All’interno del muretto a secco si nasconde un vero e proprio ecosistema. Tra le pietre crescono le piante rupicole, capaci di insediarsi a partire dalle radici nelle fessure della roccia: alcune sono eliofile, cioè amanti della luce solare, altre sciafile, amanti dell’ombra. Insieme, queste specie floreali, arbustive e arboree compongono il tipico paesaggio dei muretti.

Questo ambiente non ospita solo la flora, ma offre anche un habitat ideale a numerose specie faunistiche che negli interstizi della pietra trovano il rifugio perfetto per sopravvivere, riprodursi e svolgere le proprie funzioni vitali.

Si è quindi giunti all’attività pratica, quella che porterà, a fine progetto, al ripristino del tratto di muro a secco indicato.

La maestra paretara Emanuela Barbarello ha illustrato agli studenti gli attrezzi del mestiere.

In questa fase, un gruppo di ragazzi, non impegnati nell’attività pratica, ha compilato alcune schede e selezionato pietre di differente forma e dimensione, perché ogni pietra è utile, ma solo una è quella giusta per un determinato incastro all’interno del muretto.

L’indirizzo scolastico degli studenti (agricoltura, sviluppo rurale) ha consentito un approfondimento dell’aspetto naturalistico di un muretto a secco.

Le fondazioni erano già presenti, ma all’inizio non si vedevano nemmeno perché erano coperte dalle erbacce. Questo serve a comprendere come, sotto un apparente di ammasso sterpaglie, possa nascondersi un tassello importante della nostra storia passata.

Infatti,  il muro era crollato fino a diventare largo quasi due metri. Le fondazioni che sono emerse  togliendo l’erba, nel tempo, erano piene di terra e di radici, compromettendone la solidità.

La dott.ssa Tedesco ha ribadito l’importanza della fase di pulizia delle fondazioni .

Infatti, quando un muro è sano, le radici delle piante fungono quasi da maglia contenitiva. Tuttavia, se il muretto a secco crolla, le radici crescono in modo disordinato, assumendo forme particolari che impediscono il corretto riposizionamento delle pietre. Ecco perché è fondamentale pulire accuratamente l’area e creare una base solida prima di ricominciare a innalzare la struttura.

Dell’aspetto tecnico e costruttivo di un muro a secco ha parlato l’ing. De Cillis.

Un muro a secco è composto da due paramenti all’interno dei quali vi è il materiale di riempimento, fatto di terra e pietre piccole, ma anche di resti materiali lasciati dall’uomo, come ceramica e altri oggetti.

Uno sguardo attento ha portato a chiarire il motivo del colore chiaro assunto dal terreno nell’area. La particolarità è data dal fatto che esso è il risultato dello sgretolamento schiacciamento delle pietre calcaree operato dall’uomo nonché della cenere dei fuochi accumulata in  2000 anni.

Un ultimo dettaglio tecnico è dato dalla presenza di sagome di legno trapezoidali per contenere il muro durante la sue elevazione.

Esse sono funzionali alla stabilità del muro, al contrario con forme a sezione rettangolare il muro verrebbe facilmente ribaltato dall’azione del vento.


Giovedì 8 Ottobre

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Venerdi 9 Ottobre

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Giovedì 22 Ottobre

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Venerdi 23 Ottobre

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Continua a seguirci.


[1] Emilio Greco, No’ è ccieddi no’… nnu illanu éti!, Barbieri editore, Manduria 2011, p. 139Il testo originale è riportato nella pagina a fronte in dialetto manduriano. «Ntantu li agnuni si nn’onnu sciut’arretu allu sriizziu ca stà ffaciunu e iù stà rriflettu cuddu ca stà fannu: nnu agnoni enchi lu canistrieddu sua ti petri, e quannu l’è cchinu si lu carica anqueddu iutatu ti l’otragnoni; llu bbà ddiaca ddò è cca l’à sci ddoiacari e ssi ni torn’arretu. Fittantu ca è sciutu e bbinutu l’otra’agnoni s’è cchinu lu canistrieddu sua e ss’acchia ggiustu cu ssi fazza iutari cu ssi lu carica puru iddu anqueddu e cu llu bbà ddiaca. E ssecutunu sempri cussini, ognitunu si ènchi ti petri lu canistrieddu sua e llu bbà ddiaca, sulu ca cu ssi lu carica sobb’allu musku, si faci iutari ti l’otru».

[2] Un popolo di formiche è parte del più ampio progetto Smart-in “La forma dell’acqua”, in fase di esecuzione nel Parco Archeologico delle Mura Messapiche, nel distretto di San Pietro Mandurino.