ArcheOrizzonti

Storia locale, tradizioni e curiosità su Manduria

“Canne al vento” di Grazia Deledda — Gruppo Lettura Archeoclub

Interessante e ricco di spunti di riflessione l’incontro del secondo gruppo di lettura Archeoclub.

A impegnare piacevolmente le lettrici è stato un classico, “Canne al vento” di Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura nel 1926.

A Galte, un paesino della Sardegna di inizio Novecento, vivono le tre sorelle Pintor, Ruth, Esther e Noemi, mentre la giovane Lia, la quarta sorella, per sfuggire a un futuro di isolamento e di atavici pregiudizi, è scappata nel continente creandosi una famiglia. Il vero protagonista, tuttavia, è Efix, servo fedele fino all’inverosimile, perché intento a  espiare un’antica colpa riguardante la morte del don Zame, il patriarca della famiglia Pintor. Sullo sfondo una terra ai margini della storia, popolata da antiche tradizioni, una terra che richiama il folklore, una religiosità popolare in cui convivono santi e folletti, in cui sono radicate abitudini e concezioni  di un tempo antichissimo, il quale, trascorrendo, ha reso vane le audaci speranze e spento gli ambiziosi sogni. L’arrivo di Giacinto, figlio di Lia, sconvolgerà questo stato di cose. Immaturo e inaffidabile, egli provocherà il dissesto finanziario della famiglia, scuotendo le coscienze dei personaggi e costringendoli a fare i conti con il proprio passato.  

Il gruppo ha espresso unanime apprezzamento per il libro letto, relativamente all’impianto narrativo, che, fin dalle prime pagine, denota una chiusura su se stesso del mondo descritto, del quale una metafora è il poderetto chiuso tra le siepi di fichi d’India (con l’aggiunta delle spine) che a Efix sembrano i ‘confini’ di quel mondo. Notevoli per suggestione e liricità le descrizioni di personaggi e paesaggi naturali, questi ultimi carichi di una vitalità straordinaria, quasi una ribellione della natura all’immobilismo dei protagonisti, un modo per sovvertire l’ordine costituito e sempre uguale di un mondo che non vuole piegarsi alla modernità.  Ed ecco che l’immagine del gelsomino che si affaccia fuori dal muretto, come per guardare cosa c’era là nel mondo;  quella dell’edera che si arrampica sugli edifici, delle ossa del vicino cimitero che vengono ‘espulse’ dal vento, e tante altre fanno sì che anche il paesaggio sardo si erga a protagonista del romanzo.

Anche lo stile è stato oggetto di discussione e confronto nel gruppo. Un lessico ricercato per raccontare di un contesto socio-culturale che si dibatte fra tradizione e modernità , una scrittura elaborata che, talvolta, diluisce le emozioni nella parola scritta. 

Tanti i temi che sono emersi dalla lettura del romanzo: la lotta fra il bene e il male che non lascia spazio a situazioni intermedie;  la logica della colpa che chiede riparazione; un fatalismo mascherato dalla rassegnazione di non poter aspirare a un destino diverso, pur voluto e cercato; la novità come elemento destabilizzante, che tuttavia non riesce a scardinare l’equilibrio rassicurante che tiene in piedi il sistema, finendo per diventare essa stessa parte integrante del vecchio ordine.

E le canne? Anche qui è un’immagine forte a far da metafora della vita dei personaggi del romanzo, e dell’umanità intera: il fiume che potrebbe straripare, la sventura  sempre in agguato, le canne che in una specie di mutuo soccorso si piegano, si toccano l’un l’altra, come per avvertirsi del pericolo, la vita sferzata dal vento del destino, la fede in un Dio che fortifichi il piccolo argine, la vana opposizione a quanto prestabilito, una resistenza che declina in resilienza.  Un’ultima riflessione ha  portato a contare fino a venti occorrenze della parola ‘canne’ all’interno del romanzo; come ci insegna Efix “Siamo canne, e la sorte e il vento”.

Un’esperienza di lettura senz’altro positiva, che il confronto attivo fra le lettrici del gruppo ha reso ancor più  significativa ed appagante.