Riportiamo un brano tratto dal libro L’utile canna – Diario intimo della gente del sud di Rosario Jurlaro, Artebaria edizioni 2024, p. 19.
Il volume, nella sua nuova edizione, sarà presentato dal prof. Luigi Marseglia, giovedì 25 giugno presso il Chiostro del Convento di San Francesco a Manduria.
L’evento, organizzato da Archeoclub, prevede altresì l’allestimento di una mostra fotografica “Solchi di vita – La civiltà contadina del sud”, un percorso in immagini tratte dal ricco corpus fotografico posto a corredo del volume presentato.
La mostra sarà visitabile anche venerdì 26 giugno.
«La canna, come gli uomini, si è sviluppata e ha resistito ov’era l’acqua per cui si può dire, parafrasando la Genesi, che in principio con l’uomo era la canna. Io la ricordo come elemento di evasione e con me la ricordano tanti altri fanciulli ormai cresciuti, troppo in fretta in tempi di preparazione alla guerra e di guerra.
Ricordo la sottile canna con cui si soffiava nelle coppette piene d’acqua saponata che schiumando produceva bolle di sapone. Quanto potere non si riteneva che risiedesse in quel pezzo di canna imboccato dal più grandicello che gonfiava con garbo nel liquido prima schiumoso, poi ricco di bollicine e infine quasi vulcano in eruzione di una miriade di palloncini iridescenti alla luce del sole (…).
Si scommetteva talvolta sul numero delle bolle da far salire in un certo tempo segnato dalla recita di un Gloria Patri o di un’Ave Maria o di un Pater Noster e mai dalla lancetta dell’orologio, perché non era possibile che i fanciulli possedessero un orologio, né facile che sapessero leggerne l’ora.
I fanciulli?!
Ma anche gli adulti, e anche i vecchi erano nelle stesse condizioni economiche e culturali dei fanciulli.
La recita delle preghiere era il segnatempo in cucina per la cottura dell’uovo sotto la cenere o nell’acqua calda del paiuolo, per la scottatura dei cereali perché non verminassero, mentre le ore della giornata in paese erano segnate dai rintocchi della campana dell’orologio della piazza, più spesso dai rintocchi delle campane delle chiese specialmente conventuali. Talvolta erano i colombi che, dandosi il cambio nel nido per la cova delle uova, indicavano il mezzogiorno.
Il sole era l’orologio unico e più autorevole in campagna. La lettura del tempo non avveniva attraverso l’ombra dello gnomone sopra la lastra rigata della meridiana, ma attraverso l’ombra di sé stessi sopra il campo».

