1. La fondazione e i primi anni
«In fondo al borgo S. Stefano e vicino alla chiesa dedicata allo stesso Santo e propriamente a Sud della città sorge il monastero delle Clarisse; è incompleto mancando ancora della chiesa e di un altro tratto di fabbrica che lo renderà maestoso, non appena sarà edificato».
Così scriveva Leonardo Tarentini nella sua Manduria Sacra nel 1899.[1]
Del Monastero delle Clarisse di Manduria si è parlato nei giorni scorsi perché inserito nelle aperture straordinarie organizzate organizzate dal FAI (Fondo Ambiente Italiano), delegazione di Taranto, nell’ambito delle Giornate FAI d’Autunno 2026.
Esso deve la sua fondazione a una «santa ispirazione»: una terziaria francescana, Maria di Gesù Marinaro, espresse alle sue consorelle la volontà di far erigere un monastero sotto il titolo dei Tre Chiodi di Nostro Signore Gesù Cristo, come le era stato ispirato da Santa Chiara,[2] in un momento di interiore raccoglimento.
Era il 1894.

La proposta della nuova fondazione entusiasmò alcune fedeli, fra le quali Addolorata Mancini, sorella del dott. Giuseppe Mancini,[3] il quale si prodigò di acquistare, al prezzo di Lire 1000, un terreno su cui edificare la costruzione, nella zona indicata dalla sig.ra Marinaro, cioè il rione Santo Stefano, in quegli anni in fase di espansione.
L’atto di acquisto è datato 12 settembre 1894, ed è redatto dal notaio di Manduria Giovanni Stranieri, davanti al quale «compare Addolorata Mancini del fu Cosimo, gentil donna proprietaria nata in Sava e domiciliata in Manduria per procedere all’acquisto di un fondicello erboso con pochi alberi di fico, ed uno di mandorlo, … della estensione di circa uno stoppello e mezzo, pari ad are sedici … posto nelle adiacenze dell’abitato di Manduria, alla contrada Santo Stefano».[4]
Sarà questo il primo nucleo sul quale sorgerà il monastero.
La proposta delle religiose fu accolta favorevolmente dal vescovo dell’epoca, mons. Tommaso Montefusco.
I lavori prevedevano un corridoio a piano terra da cui accedere agli ambienti destinati allo svolgimento delle attività quotidiane e un corridoio al primo piano con dodici celle come dormitorio.
La costruzione ebbe inizio nel 1895, ad opera di Giovanni Digiacomo, e fu spesso interrotta per mancanza di fondi, alla quale sopperiva il dott. Mancini.[5]
Il 22 maggio del 1898 mons. Gargiulo (successore di mons. De Tommaso) benedisse il monastero sotto il titolo di Clarisse del Cuore Trafitto di Gesù.
Vi fu l’ingresso ufficiale delle prime sei monache,[6] di cui quattro coriste e due converse;[7] Presidente della Casa fu nominata suor Addolorata Mancini, che conservò la carica fino al 1907.
Nel Decreto di istituzione ufficiale del monastero, emesso dal Vescovo il 24 maggio, esso fu dichiarato di clausura episcopale e sotto la giurisdizione dei vescovi di Oria, in attesa che la Santa Sede concedesse la clausura papale.
Vennero inoltre approvate alcune norme di vita claustrale, come la Liturgia delle Ore e i vari esercizi di pietà da compiersi da parte delle monache, nonché la loro ammissione ai voti dopo un regolare periodo di noviziato.
Inoltre, non essendo ancora completata la chiesa, venne adibito a tale uso uno dei parlatori.

In occasione della benedizione di tale luogo da parte di mons. Gargiulo, il 13 dicembre 1898, ebbe luogo la Vestizione delle sei monache fondatrici, le quali indossarono l’abito francescano e assunsero i nomi claustrali.[8]
Il 17 gennaio 1900, il Vescovo celebrò la professione semplice delle novizie, accogliendo la loro promessa a osservare la Regola di S. Chiara, quella approvata nel 1253.[9]
La richiesta delle novizie di una clarissa professa[10] che le supportasse nella vita dell’Ordine non ebbe seguito, a causa delle difficoltà in cui versavano i monasteri dei paesi vicini (Francavilla, Grottaglie, Nardò) e dell’avanzata età delle monache di Assisi, al cui Protomonastero il Vescovo ne fece altresì richiesta.
Fu suor Chiara Mancini (al secolo Addolorata) a reggere il monastero, affiancata da suor Angelica Miccoli, con la preziosa disponibilità epistolare delle Clarisse di Assisi.
A questo punto fu instaurata l’osservanza della clausura e di tutte le norme di vita clariana, nello spirito più autentico della vita comune.
La giornata veniva scandita dalla celebrazione della Liturgia delle Ore canoniche, dallo studio della Regola, che una monaca corista leggeva quotidianamente nel refettorio, insieme alla vita della Santa fondatrice e ad altre letture sacre.
Si praticavano lunghi periodi di digiuno, come previsto dalla Regola, e «veniva esercitata la virtù della povertà in maniera a volte eroica»,[11] arrivando le monache a privarsi persino dell’unico pasto quotidiano — un uovo — pur di risparmiare il denaro necessario ad ampliare il monastero. [12]
L’obiettivo delle religiose, infatti, era quello di rendere la struttura adatta a ospitare nuove ragazze che, venute a conoscenza dell’esistenza del monastero, chiedevano alla badessa di poter iniziare il loro percorso come probande.
Nei primi anni di vita del monastero, nonostante una dote richiesta alle giovani che desideravano prendere i voti, le finanze della comunità monastica non permettevano di coprire per intero le spese sopportate.
Per questo motivo, e poiché la Regola prevedeva l’esercizio “corporale e il lavoro”, le monache si davano da fare in ogni tipo di attività, dato che non potevano fare affidamento su rendite o proprietà.
Nello specifico, realizzavano capi per il corredo delle ragazze appartenenti alle famiglie facoltose di Manduria, ricami di grande valore come arazzi, pizzi all’uncinetto, a puntina, al tombolo, al chiacchierino.
Alcune religiose insegnavano queste arti alle giovani che frequentavano il monastero come educande.
Le monache coriste ospitavano le ragazze per la loro educazione e si occupavano di lavori di maglieria e ricamo su ordinazione, mentre le due suore converse gestivano le attività quotidiane (come la panificazione e il lavaggio dei panni) e la gestione dell’orto.[13]
La clausura veniva rispettata in modo estremamente rigoroso:
«Il monastero doveva essere dotato di una sola porta per entrare e uscire dalla clausura, alla cui custodia si deputava una religiosa, la quale “tema Dio, sia esemplare, diligente, discreta e di età conveniente” (…) La porta, sempre chiusa, doveva essere resa più sicura con serrature, catenacci e sbarre di ferro».[14]
L’apertura era prevista in poche occasioni, come l’ingresso in monastero delle probande, la Visita del vescovo, del confessore e del medico.
La presenza di estranei nel monastero era segnalata dalla badessa alle monache con una campanella, al suono della quale le religiose si coprivano il volto con il velo e si ritiravano per non incontrare i visitatori.
In realtà, nel monastero vi era un’altra porta esterna, la “porta carraia” da cui entrava nella clausura materiale ingombrante (legna, provviste di foglie di granturco per riempire i “sacconi” su cu dormire, grano, olio e altre provviste).
I contatti con l’esterno erano limitati all’uso della ruota e della grata, e solo in rari casi le prime monache si recavano nel parlatorio.
La ruota era una porticina cilindrica rotante, che consentiva tutti i rapporti tra clausura ed esterno, senza che la monaca rotara e il suo interlocutore potessero vedersi: della monaca addetta alla ruota e alla porta non si sentiva altro che la voce, oppure se ne scorgeva soltanto la sagoma del viso, comunque coperto dal velo.
Dalla ruota passava tutto ciò che entrava o usciva dalla clausura. Essa veniva serrata di notte e nelle ore di riposo, in estate.

Per quanto riguarda le visite, nel monastero esistevano due parlatori e due grate per ottimizzare i tempi delle visite, specialmente in determinati periodi dell’anno (Pasqua, Natale e altre feste importanti). Le grate avevano maglie fitte perché niente potesse essere fatto passare.
Eppure, quell’isolamento totale non era vissuto come una prigione dalle monache, al contrario veniva da esse ricercato per essere libere di amare l’intera umanità nel nome di Cristo.[15]
Appena un anno dopo la vestizione delle sei monache fondatrici, altre giovani donne, alcune delle quali erano state educande nel monastero, chiesero di professare i voti, rafforzando la valenza socio-religiosa del giovane monastero sul territorio.
Una vita contemplativa, scandita dalla preghiera e dalla rigida osservanza della Regola, sotto la guida di suor Chiara Mancini fino al 1907, di suor Angelica Miccoli per i successivi trentatré anni (1907-1940):
«Una guida affettuosa e sicura, perennemente dedita al raggiungimento della perfezione delle sue monache nella regolare osservanza; la fama delle sue francescane virtù si diffuse tanto in quegli anni da far giungere nuove vocazioni da ogni dove».[16]
Dal 1898 al 1925, oltre le sei fondatrici, si annoverano trentotto giovani donne che scelsero la vita claustrale. Esse provenivano da Taranto e provincia (Manduria, Sava, San Marzano, Martina Franca, Laterza), ma anche da Brindisi e provincia (Francavilla Fontana, Latiano, Villa Castelli) e da Lecce e provincia (Novoli, Carmiano); in alcuni casi, anche da altre regioni, come la Calabria e la Basilicata.
Continuava, intensificandosi, il rapporto epistolare di suor Angelica «sentita da tutte come il pilastro della comunità» con il Protomonastero di Assisi, anche se nell’archivio clariano non c’è traccia del carteggio, verosimilmente distrutto su consiglio di Padre Eugenio Greco al tempo in cui era Provinciale.[17]
Il 15 gennaio 1915 viene a mancare suor Chiara Mancini, la più anziana delle suore fondatrici, della quale si legge nel Necrologio:
«Religiosa di specchiati costumi, specie per l’osservanza strettissima della S. Povertà, che fu la sua virtù prediletta, fu sempre umilissima nel suo portamento».[18]
Suor Chiara e le altre religiose clarisse defunte riposano nella cappella monastica, eretta nel 1913 nel cimitero comunale.
Al suo interno trovano posto, in seguito ad accordi presi tra Madre Angelica Miccoli, padre Ludovico Leuzzi (Guardiano del convento di S. Francesco) e padre Valentino Pacciolla (Presidente del convento di S. Antonio), anche i frati defunti dei due conventi cittadini.
Le foto presenti in galleria relative al giardino del monastero sono state gentilmente condivise da Ferdinando Guida, che ringraziamo per la gentilezza e disponibilità.
BIBLIOGRAFIA
ANDENNA Giancarlo, VETERE Benedetto (a cura di), Chiara e la diffusione delle Clarisse nel secolo XIII, Congedo editore, Galatina 1998;
BRUNETTI Pietro, Manduria tra storia e leggenda – dalle origini ai nostri giorni, Barbieri-Selvaggi editore, Manduria 2007;
MUSARDO TALO’ Vincenza, Il Monastero del Cuore Trafitto a Manduria, Edizioni del Grifo, Lecce 1995;
TARENTINI sac. Leonardo, Manduria sacra ovvero storia di tutte le chiese e cappelle distrutte ed esistenti dei monasteri e congregazioni laicali dalla loro fondazione fino al presenti, ed. aggiornata a cura di DIMITRI Elio, Barbieri editore, Manduria, 2000.
Note
[1] L. Tarentini, Manduria Sacra, pp. 233-235. La chiesa fu terminata e consacrata dal vescovo Mons. Gargiulo nel 1902.
[2] Santa Chiara d’Assisi (al secolo Offreducci) nasce ad Assisi da una nobile famiglia. Nella notte della domenica delle Palme del 1212, a 18 anni, fugge dalla casa paterna per raggiungere San Francesco alla Porziuncola. Qui si taglia i capelli e abbraccia la vita religiosa. Trascorre 42 anni della sua vita nel piccolo monastero di San Damiano ad Assisi, vivendo in estrema povertà, preghiera e lavoro manuale insieme alle prime compagne, le Sorelle Povere, poi chiamate Clarisse.
[3] Giuseppe Mancini (Sava 2 agosto 1842 – Manduria 6 febbraio 1913) si laureò a Napoli in medicina nel 1871 e venne ad abitare a Manduria qualche anno dopo insieme alla moglie. Qui divenne uno dei protagonisti principali della storia civica, sia per i tanti prestigiosi incarichi ricevuti che per essere stato eletto sindaco dal 17 gennaio 1897 al 1 ottobre 1898. Cfr. Pietro Brunetti, Manduria tra storia e leggenda, Barbieri-Selvaggi editore, Manduria 2007.
[4] Vincenza Musardo Talò, Il Monastero del Cuore Trafitto a Manduria (1894-1994), Edizioni del Grifo, Lecce 1995, p. 34.
[5] L’importo pagato dal dott. Mancini per la costruzione del monastero ammonta a 25.000 lire. Cfr. Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 35.
[6] L’intitolazione non fu accettata dalla terziaria Maria di Gesù Marinaro (che era stata ispirata) e dalla consorella Torcello, le quali si allontanarono dal gruppo.
[7] Le coriste erano le monache che sapevano leggere, quindi in grado di recitare in coro l’Ufficio Divino, le converse erano analfabete, non avevano l’obbligo della preghiera comune ed erano addette ai lavori più umili e pesanti del monastero.
[8] Sr. Chiara della Passione di Gesù (al secolo Addolorata Mancini, nata a Sava); sr. Angelica del Crocifisso (al secolo Maria Miccoli, nata a S.Marzano); sr. Maria Francesca di S. Giuseppe (al secolo Filomena Orlando, nata a Taranto); sr. Angelina del Sacro Amore (al secolo Cosima Malagino, nata a Sava); sr. Cecilia di Gesù (al secolo Maria Fontana Santoro, nata a Ceglie Messapico); sr. Teresa di Gesù (al secolo Teresa Rizzo, nata a Novoli). Cfr. Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 39.
[9] La prima Regola di S. Chiara fu approvata con bolla pontificia da Innocenzo IV e pervenne al monastero di S. Damiano il 9 agosto 1253, due giorni prima che la santa fondatrice morisse. Le Sorelle Povere di S. Damiano (vd. nota n. 2) professarono, oltre i voti di obbedienza e castità, anche quello di estrema povertà, configurando un orizzonte religioso rivoluzionario, soprattutto rispetto ai privilegi delle monache benedettine, in un periodo storico, il medioevo, quando il monastero era l’unico luogo in cui una donna poteva acquisire ed esercitare il potere, negatole fuori.
Le fondatrici del monastero di Manduria osservavano la Regola damianita (delle Sorelle Povere di San Damiano), improntata a un primitivo modello di clausura, la più aderente allo spirito e alla concezione clariana. È un fatto che, dopo il Concilio Vaticano II, quasi tutti i monasteri di clarisse, siano tornati a osservare tale Regola. Cfr. Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 83.
[10] Una monaca si definisce “professa” quando, dopo aver superaro il periodo di noviziato, ha professato i voti.
[11] Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 40
[12] Le religiose avevano l’obbligo di digiunare nei periodi e nei giorni stabiliti dalle norme dei Frati Minori. Nello specifico, dovevano rispettare il digiuno dal 1° novembre (Festa di tutti i Santi) fino a Natale, dal Mercoledì delle Ceneri fino a Pasqua, ogni venerdì dell’anno e altre ricorrenze stabilite. Cfr. Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 87.
[13] Ibidem, p. 88.
[14] Ibidem, p. 90.
[15] La centralità riservata da Chiara nella Regola alla povertà e alla clausura ne fa una preziosa custode del più autentico spirito francescano, essendo il monachesimo femminile al di fuori dell’agire storico e culturale: un nuovo modo di essere monaca di clausura, che si diffonderà su tutto il territorio nazionale ed europeo. Cfr. Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 84.
[16] Ibidem, p. 62
[17] Ivi.
[18] Cfr. Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 64.
2. Il Monastero delle Clarisse nel Novecento: i principali avvenimenti*
Il 15 gennaio 1915 viene a mancare suor Chiara Mancini, la più anziana delle suore fondatrici, della quale si legge nel Necrologio: «Religiosa di specchiati costumi, specie per l’osservanza strettissima della S. Povertà, che fu la sua virtù prediletta, fu sempre umilissima nel suo portamento».[1]
Le succede suor Angelica Miccoli per i successivi trentatré anni (1907-1940): «Una guida affettuosa e sicura, perennemente dedita al raggiungimento della perfezione delle sue monache nella regolare osservanza; la fama delle sue francescane virtù si diffuse tanto in quegli anni da far giungere nuove vocazioni da ogni dove».[2]
Arrivano gli anni del Primo Conflitto Mondiale. In tale drammatica circostanza, nonostante l’esiguo patrimonio posseduto dalle monache, «nessuno bussava invano alle porte del monastero».
In un periodo così buio per la nostra città, un atto di generosità: l’avvocato Gianbattista Arnò donò alle Clarisse un suo terreno adiacente il monastero, permettendo loro di ampliare il piccolo orto esistente.
* Le foto in galleria sono tratte dal volume Il Monastero del Cuore Trafitto a Manduria di Vincenza Musardo Talò.
Un’altra data significativa per le religiose clarisse è il 1925.
In quest’anno, dopo ventisette anni dall’apertura del monastero, dopo svariate suppliche al Vescovo e una petizione a papa Pio XI, il 20 giugno fu inviato dalla Santa Sede il Decreto di clausura papale, il quale, tra l’altro, «ammetteva le monache alla professione dei voti solenni e le annoverava tra le contemplative che godevano la clausura papale», pur lasciando loro la libertà di mantenere i voti semplici.[3]
Negli anni Trenta, la struttura monastica fu ampliata con la costruzione di altre celle e nuovi ambienti, necessari per accogliere le numerose richieste di ingresso che giungevano in quegli anni: ben 22 probande dal 1926 fino all’inizio della seconda guerra mondiale.
Dalla corrispondenza della badessa suor Angelica Miccoli con il vescovo De Tommaso emerge la necessità di una stanza da lavoro, un magazzino per il grano e una stanza adibita a dispensa; al piano superiore servono altre celle per le suore già presenti e per le postulanti.
Il progetto venne redatto a gennaio 1933 e che la copertura finanziaria era assicurata dall’eredità ricevuta da suor Teresa Arnò sia da parte del padre don Carlo che dello zio don Titta Arnò. I lavori ammontavano a cinquantamila lire.
La parte nuova del convento venne consacrata nel mese di giugno 1934. L’intero stabile si presentava al piano terra con 11 vani e 6 corridoi, chiesa e chiostro, mentre al piano superiore si contavano 23 vani a celle e corridoi.
Il Monastero custodisce al suo interno reliquiari di numerosi santi: S. Chiara, S. Antonio, S. Rita, S. Gemma, B. Egidio e molti altri.
Altre date segneranno in modo significativo la vita del Monastero.
Il 5 settembre 1943, in piano conflitto mondiale, mons. Di Tommaso «scioglieva le religiose dal voto di clausura, essendo un’imprudenza il rimanere nel chiostro», emergenza rientrata l’8 settembre con la firma dell’armistizio.
Il 2 giugno 1946, in occasione del referendum, papa Pio XII volle che anche le monache di clausura si recassero ai seggi. Nel Monastero della Clarisse di Manduria «regna una strana atmosfera, le religiose più anziane, tra cui alcune delle sei fondatrici (…) che da oltre mezzo secolo vivono in clausura, non vorrebbero lasciare le mura del chiostro», ma il voto di obbedienza le condusse nel convento delle Benedettine dove votarono nell’adiacente seggio elettorale.[4]
Il 22 maggio 1948 ricorreva il cinquantesimo anniversario dell’apertura del monastero.
Per l’occasione, il vescovo mons. Alberico Semeraro, succeduto a mons. Di Tommaso deceduto nel 1947, celebrò un solenne pontificale, alla presenza di tutto il clero regolare e ordinario della diocesi. Inoltre, dopo le funzioni del Vespro, celebrate nella chiesa dalle monache, le autorità, il Terz’Ordine, l’Azione Cattolica di Manduria e tantissimi fedeli sfilarono alle grate del Monastero.
Nel 1950, anno in cui Pio XII indisse il Giubileo, tutti i monasteri d’Italia furono interessati dalle osservazioni contenute nella Costituzione Apostolica “Sponsa Christi”, pubblicata il 21 novembre.
Tante le questioni dibattute.
La necessità di acquisire una differente consapevolezza della propria presenza all’interno della Chiesa e del mondo cattolico; la riflessione sull’opportunità, per le clarisse che avevano abbracciato la Regola urbaniana,[5] di passare alla Regola originaria, quella della Santa Fondatrice dell’Ordine, approvata da Innocenzo IV; il progetto della Santa Sede di una Federazione di Monasteri, primo passo verso un futuro di collaborazione.
Infine, un invito a tutte le religiose di clausura a una piena osservanza della Regola, in particolare riguardo il voto della povertà e della clausura, talvolta osservato in modo non proprio esemplare.
Nell’Anno Santo 1950 il Monastero delle Clarisse di Manduria contava 40 monache, «nate povere e perseveranti negli eroici quotidiani sacrifici, pur di mantenere il monastero aperto e idoneo a tutte le vocazioni che vi affluivano».[6]
Ultima data fondamentale nel cammino storico-religioso delle Clarisse di Manduria è l’avvio nell’autunno del 1962 dei lavori del Concilio Vaticano II, pontefice Giovanni XXIII.
Il monastero di Manduria, con l’ausilio dei Frati Minori, avviò un lavoro di revisione della vita comunitaria: sotto l’aspetto liturgico venne recepito il documento conciliare che introduceva la messa in italiano, il che consentiva anche alle converse la piena partecipazione alla liturgia.
I cambiamenti nella quotidianità claustrale riguardarono la scelta fra la clausura papale maggiore o quella costituzionale,[7] e si approntò un nuovo percorso finalizzato al dialogo, secondo uno spirito pluralistico ancora oggi presente negli Statuti delle Federazioni. In Puglia nel 1956 fu fondata la Federazione “Maria Assunta”.
Attualmente il Monastero del Cuore Trafitto di Manduria ospita 7 monache.
[1] Vincenza Musardo Talò, Il Monastero del Cuore Trafitto a Manduria (1894-1994), p. 64.
[2] Ibidem, p. 62
[3] Ibidem, p. 65.
[4] Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 119. Nell’occasione citata, l’Autrice riporta di un commovente incontro tra le sorelle Arnò, suor Teresa e suor Chiara Colomba, clarisse, e donna Maria Addolorata, abbadessa del monastero di S. Benedetto.
[5] È la seconda Regola, quella approvata da Urbano IV nel 1263.
[6] Vincenza Musardo Talò, op. cit., p. 120.
[7] La clausura minore venne abolita. Essa consisteva in un ideale di vita contemplativa che univa alla preghiera alcune attività esterne al monastero o di genere caritativo.

