NOTE A MARGINE — Quando in un romanzo trova posto l’umanità intera…
Scritto nel 1930, ambientato nel convento medievale di Mariabronn, senza un riferimento temporale preciso, se non quello di una crociata (verosimilmente 1100-1200), “Narciso e Boccadoro” è un viatico per la conoscenza dell’Uomo, al centro, suo malgrado, di un dualismo sofferto, difficile da comporre: quello tra spirito e natura, ascesi e materia, caducità ed eternità. Narciso e Boccadoro, due amici, due sensibilità opposte che si completano a vicenda, ognuno con le proprie certezze che vacillano sotto il peso di riflessioni potenti, che lacerano il loro e l’animo del lettore.
Narciso è un monaco, un dotto insegnante di indiscusso rigore morale, un asceta destinato alla vita claustrale, ricerca la conoscenza attraverso l’elevazione dello spirito; Boccadoro è un allievo che lascia il convento assecondando la sua natura vagabonda e passionale, alla ricerca di una dimensione artistica che sfidi la caducità della vita e lo conduca nelle braccia della Madre.
Il narratore onnisciente contribuisce a una forte caratterizzazione dei personaggi, la scrittura è sommessa, tuttavia capace di esprimere l’urgenza emotiva dei protagonisti in una modalità universale, rendendo intelligibili complessi concetti di ordine religioso e filosofico.
Davvero grande l’arricchimento emotivo che la lettura del romanzo ha apportato al gruppo. Le profonde riflessioni presenti nella narrazione hanno portato le lettrici a vivere un proficuo momento critico durante l’incontro, la lettura di alcuni brani particolarmente sentiti ha aggiunto valore alla discussione.
Tanti i temi presenti nel romanzo che sono stati discussi:
1) l’Amicizia fra Narciso e Boccadoro, tesa fra due ipotesi interpretative, quella di un dissimulato innamoramento e quella di una contrapposizione fra due anime che si riconoscono necessarie l’una all’altra per una piena comprensione dell’esistenza (l’una è istinto, Boccadoro, l’altra è spirito, Narciso. Ritrovatisi i due amici in una spiacevole circostanza, sarà con la morte di Boccadoro, alla fine del romanzo, che i due aspetti (lo spirito e il corpo) si comporranno in unità.
2) La vana ricerca della perfezione. Il viaggio nel bosco del capitolo VII è un viaggio al centro dell’Io, dove prendono casa paure, segreti e sogni indicibili, superati solo dall’accettazione di sé e dei propri limiti.
3) la caducità della vita, alternata alla sottile seduzione della morte. La prima può essere «la radice di ogni arte», perché creare figure o anche formulare pensieri definisce qualcosa che dura più della vita umana.
4) l’Arte come via per giungere alla conoscenza. È Narciso a confessare all’amico che solo grazie a lui è riuscito a vedere quante vie ci sono per giungere alla conoscenza, «e quella dello spirito non è l’unica e forse neppur la migliore» per riuscire a cogliere il mistero dell’essere.
5) l’archetipo della Madre, sinonimo di Amore, come forza universale e inconscia che è alla base della vita. Il tema della Madre è presente fin dai primi capitoli del romanzo, quando Narciso, avendo intravisto la vera natura del giovanissimo Boccadoro, lo invita a ripristinare nella propria vita l’immagine della Madre che egli sembra aver rimosso. In realtà, nella narrazione le Madri sono due: Eva, madre terrena e sensuale, e Maria, madre divina e spirituale. Boccadoro si mette in cammino in nome della madre sensuale, fra continui piaceri e profonde sofferenze, per approdare poi, attraverso la creatività dell’Arte, alla madre divina, nel cui abbraccio invisibile si abbandona nell’ora della morte: «Senza madre non si può amare. Senza madre non si può morire».


