Nel 1785, in considerazione del notevole fervore cultuale creatosi intorno alla figura di S. Gregorio, venne eseguita dai fratelli Trillocco, su disegno di Giuseppe Sanmartino, una statua lignea raffigurante il Santo, giunta a Manduria nel febbraio 1786.[1]
I maestri Michele e Gennaro Trillocco erano rinomati nel Regno di Napoli per la loro abilità a scolpire magistralmente nel legno i modelli e i bozzetti di Giuseppe Sanmartino. L’illustre scultore, celebre autore del Cristo Velato, era infatti molto apprezzato anche per la realizzazione di disegni destinati ad altri scultori, come avvenne nel nostro caso.
La cura che il Sanmartino poneva nei suoi bozzetti allo studio della postura e dei panneggi si riflette appieno nella statua di S. Gregorio, di pregevole fattura proprio per il ricchezza delle vesti pontificali e la composta solennità sul volto del Pontefice.
Il simulacro del Santo è impreziosito inoltre dalla presenza di alcuni attributi iconografici che gli sono propri, fra gli altri la colomba, la tiara, il bastone, l’anello pastorale, la croce posta sul petto, le chiavi.
L’opera è registrata ufficialmente nel Catalogo dei Beni Culturali.
La bibliografia relativa alla statua lignea è numerosa.
Lo studioso Nicola Morrone, storico dell’arte e socio Archeoclub ne fa un excursus in un suo articolo pubblicato su ManduriaOggi del 1/9/2015, dal titolo La tiara e il pastorale: novità archivistiche sulla statua di San Gregorio Magno.[2]
Le fonti più antiche?
Padre Domenico Saracino, dal quale sappiamo che «il denaro che vi fu bisogno di sborsare per la detta statua fu di settecento ducati»; Giuseppe Pacelli, che riferisce i nomi di Giuseppe Sammartino, autore del disegno del simulacro, dei fratelli Trillocco, scultori, di Simone Quercia, per la doratura; Leonardo Tarentini, il quale ai tre nomi sopra citati aggiunge quello del canonico Giuseppe Micelli (leggibile nella parte posteriore della base della statua), il quale commissionò il disegno della statua, dapprima ad un artista romano e poi al Sanmartino.
In tempi a noi più recenti, si sono occupati della pregevole statua gli storici dell’arte Mimma Pasculli Ferrara e Teodoro Fittipaldi.
Quest’ultimo ha riportato in dettaglio i pagamenti effettuati per la realizzazione dell’opera, sulla base di fonti d’archivio, in particolare di un fascicolo dal titolo Introiti, ed esiti per la festa di San Gregorio Magno principal protettore di questa città dello antico Mandurio, oggi Casalnuovo, rinnovata con tutta solennità e con processione nel Marzo corrente anno 1785, conservato nella biblioteca Marco Gatti di Manduria.
Lo stesso fascicolo contiene un singolare documento (interessante anche sotto l’aspetto linguistico) che il Morrone trascrive nel suo articolo, nel quale sono riportate dettagliate istruzioni e suggerimenti utili per allestire la statua e montarla sulla base nel migliore dei modi.
Leggiamo, ad esempio, che per sistemare la statua sul piedistallo («pedagna») è consigliabile affidarsi «a gente pratica, almeno al numero di sei, e [situarla] pian piano tutto a forza di polso», facendo attenzione a che «li quattro zoccoli della basetta attaccata alla statua stiano a profilo delle linee d’inchiostro, che sono nel piano di sopra della pedagna, perché così starà situata a livello».
Quando la statua è stabilizzata, occorre situare gli ornamenti.
Innanzi tutto la colomba sulla spalla («Lo Spirito Santo d’argento»). Essa deve essere opportunamente fissata con una vite di ferro nel foro che si trova sulla spalla destra della statua. I piedi della colomba devono poggiare esattamente «sopra le due croci d’inchiostro, che si troveranno fatte a tale effetto, acciò resti situato, come l’ha concertato l’artefice (…) avvertendo che la coda dello Spirito Santo deve stare azzeccata alla coda d’argento del camauro[3]».
Lo stesso camauro deve essere delicatamente poggiato sulla testa, fino a che venga situato nella posizione corretta. Inoltre, «la parte davanti di detto camauro sta scritta al di dentro, così che chi sta davanti deve badare, che la pietra dello smeraldo vada a linea retta del profilo del naso», in modo che i due fori laterali corrispondano esattamente ai due fori situati sul lato destro e sinistro della testa, e quindi inserire le viti per chiudere tutto.
Particolare attenzione richiede il posizionamento della preziosa croce sul petto, soprattutto per fissarla bene, «evitando che muovendosi graffi la statua o scalzi la pietra. Contemporaneamente, una seconda persona deve far passare i lacci della crocetta all’interno degli altri due chiodi sul petto, per poi legarli dietro il collo con la fettuccia, assicurandosi che sia ben tesa e non balli».
Siamo giunti alla croce pettorale d’argento: «Si avviti la croce patriarcale sopra il bottone dorato di uno dei bastoni d’argento, e poi dalla parte di sopra del libro si cali dentro al buco, e da un’altra persona si prenda l’altra metà del bastone d’argento, e si unisca con la vita di ferro del primo pezzo del bastone».
Una particolare avvertenza riguarda l’orientamento delle tre croci, la cui curvatura deve essere rivolta dietro e la parte bombata, «dove fa pancia», davanti.
A questo punto si può montare la statua sul piedistallo, «avvertendo, che sta’ scritto sulla pedagna» quale sia il lato anteriore.
Alcuni preziosi attributi posti a ornamento della statua e riportati nel documento d’archivio analizzato dal prof. Morrone vennero trafugati nella notte tra l’8 e il 9 dicembre 1938 dalla Chiesa Matrice.
È Michele Greco, in data 13 dicembre, a darne comunicazione ufficiale alla Regia Soprintendenza di Bari.
In una nota manoscritta del Greco possiamo leggere che gli oggetti dell’avvenuto furto, «oggetti di notevole fattura» — scrive il soprintendente — sono individuati in: «tiara d’argento dorato inciso con crisoliti vere e varie pietre false; fermaglio in filigrana d’argento con granate, crisoliti ed ametiste vere; anello in filigrana d’argento con pietre false; croce pettorale in argento inciso e pietre false».
Quelli che attualmente adornano la statua del Santo Patrono sono copie, magistralmente realizzate da artigiani locali, mentre degli originali «per quanto è dato sapere, non furono mai recuperati, cosi come rimasero ignoti gli autori del furto sacrilego»[4]
Ringraziamo il prof. Nicola Morrone per la sua gentilezza e disponibilità.
SITOGRAFIA
https://catalogo.beniculturali.it/detail/HistoricOrArtisticProperty/1600192698 https://www.manduriaoggi.it/?news=29741
BIBLIOGRAFIA
DIMITRI Elio, Manduria. Note di storia, tradizioni, cronaca cittadina e curiosità, Barbieri Selvaggi editore, Manduria 2013;
MORRONE Nicola, Per gioco III, Tip. Centrale, Manduria 2016.
[1] Furono soprattutto due illustri personaggi manduriani a contribuire concretamente alla sua realizzazione: Marianna Giannuzzi e il Canonico D. Giuseppe Micelli. Tuttavia, lo stemma civico posto alla base della statua e alcuni documenti che lo attestano indicano altresì un contributo del popolo dei fedeli.
[2] L’articolo può anche letto in un agile libretto pubblicato dall’Autore l’anno successivo, dal titolo Per gioco III, una raccolta dei contributi pubblicati online.
[3] Specie di berretto che copre tutta la testa e anche le orecchie, attualmente in uso esclusivo del Pontefice, adoperato fuori dalle funzioni sacre (Fonte: Enciclopedia Cattolica).
[4] Elio DIMITRI, Manduria. Note di storia, tradizioni, cronaca cittadina e curiosità, Barbieri Selvaggi editore, Manduria 2013, p. 59.

