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Storia locale, tradizioni e curiosità su Manduria

statua lignea di S. Gregorio realizzata dai fratelli Trillocco

Il culto di S. Gregorio a Manduria

Il culto per il santo patrono trova espressione già nei tempi più antichi e fin nei luoghi più remoti, una manifestazione della religiosità popolare in cui trovano spazio differenti livelli di comprensione.

Nella sua forma più genuina, la devozione al santo patrono si alimenta con la preghiera e con la partecipazione alla messa e alla processione, intesa quest’ultima come percorso di spiritualità che avvicina il fedele a Dio proprio tramite il culto del santo.

Generalmente, la scelta da parte di una comunità del santo patrono non è mai neutra, ma legata a sentimenti di protezione ad esso attribuiti contro malattie, carestie, fino a ipotizzare un parallelo emozionale con il patrocinio esercitato dal patronus romano nei confronti dei suoi clientes.

E a Manduria? Come e quando si è arrivati al patronato di San Gregorio Magno (540 ca – 604)?

L’opinioni degli studiosi è controversa.  

Secondo la tradizione, esso risale ai primi secoli della chiesa, quando avvenne la proclamazione dei santi protettori, e comunque non oltre l’ultimo decennio dell’XI secolo (quando si ebbe la riedificazione della Chiesa Collegiata da parte di Ruggiero il Normanno).

Non è plausibile, infatti, che fino al 1580, anno in cui si ha notizia documentata di un legato all’altare del Santo indicato come «principal protettore della città», Manduria non abbia avuto nessun protettore o abbia onorato un altro patrono.[1]

Sempre nel XVI secolo, una antica memoria di solennità si ha il 12 marzo (dies natalis di S. Gregorio) con la celebrazione di una messa cantata e l’accensione di alcuni ceri presso l’altare del Santo nella Collegiata.

Lo stesso Tarentini, tuttavia, ancora sulle origini del patronato, in altra opera,[2] anticipa la data del 1580 (proposta in precedenza) al 1429, facendo riferimento alla peste che colpì i nostri territori in quegli anni.

Fu in quella circostanza  — egli scrive — che il popolo casalnovitano, memore della benevola intercessione del Santo durante lo stesso morbo che colpì Roma nel VI secolo, si sarebbe rivolto a Lui «promettendosi di onorarlo qual protettore e proprio nei due mesi di marzo e settembre dai quali ebbe principio e termine quel morbo fatale, e nei quali ricorre la morte e l’esaltazione al pontificato di S. Gregorio Magno».

Le due date furono (e sono ancora) contraddistinte dal popolo dei fedeli in festa di chiesa, quella di marzo festa di paese, quella di settembre.

A questo proposito, il compianto studioso Mario Annoscia[3] ritiene che il Tarentini si sia ragionevolmente riferito alla data del 1429 perché indicata in un’opera di Lucio Cardami, I Diari, come anno di un’epidemia di peste iniziata proprio a marzo e debellata a settembre, se non fosse che I Diari si sono rivelati essere «fantasiose invenzioni».[4]

Altre ricerche sull’origine del patronato sono state svolte dallo studioso Antonio Franco[5], il quale, analizzando dati e informazioni provenienti da varie fonti, ritiene che «ancora nel 1575 (…) Casalnuovo non ha un patrono», affermando che la nascita del culto verso san Gregorio si colloca nel periodo 1565-1595.

Lo studioso fonda le proprie argomentazioni sulle rare occorrenze del nome “Gregorio” nei libri battesimali; sull’assenza di riferimenti a qualsiasi culto riservato al Santo negli atti della visita pastorale a Casalnuovo di Monsignor Bovio del 1565; sulla raffigurazione della SS. Trinità (come unica titolare della Chiesa Matrice, in assenza di patrono) sul primo foglio del Librone Magno.

Bisognerà attendere — scrive Franco — il 1595 e la visita apostolica di mons. Camillo Borghese, vescovo di Castro, al quale si erano rivolti i procuratori dell’Università e del Capitolo della città perché la Chiesa Matrice fosse dedicata alla Santissima Trinità e a S. Gregorio, evento che avverrà il 13 dicembre 1595.

I primi documenti in cui «si indica chiaramente san Gregorio Magno “titolare” della Chiesa Matrice e “patrono” di Casalnuovo» sono gli atti della visita pastorale svolta nella diocesi di Oria da mons. Fornari, nel 1601 e l’altro del 1610 in cui lo stesso mons. Fornari erige la Chiesa Matrice in Collegiata.

Nonostante la riconosciuta devozione del popolo mandurino a S. Gregorio, nel secolo successivo il culto verso il Santo stenta ad essere solennizzato.

Nel XVII secolo l’attenzione dei fedeli viene rivolta al culto di S. Carlo Borromeo, canonizzato nel 1610, patrono dell’intera diocesi di Oria e ufficializzato co-patrono di Manduria.

Accadde così che i fedeli — come ci informa il Tarentini — «s’infervorarono pel Protettore Diocesano S. Carlo, a segno di stabilirgli delle vere feste, nelle quali vi soccombeva perfino la stessa cassa comunale».

Opinione differente manifesta il  Franco, secondo il quale la richiesta di elevare S. Carlo Borromeo a compatrono assume i toni di una captatio benevolentiae, volendo in realtà ottenere, le autorità di Casalnuovo, una reliquia del Santo.

Bisogna aspettare la seconda metà del XVIII secolo perché il culto di San Gregorio Magno abbia ampia diffusione.


SECONDA PARTE

Il culto di san Gregorio Magno diviene centrale nella vita cittadina di Casalnuovo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo.

Dal Tarentini apprendiamo che fu la profonda devozione verso il Santo di un predicatore quaresimale, probabilmente gallipolino, a riattivarne il culto affievolitosi nel secolo precedente: si arrivò alla celebrazione di due solennità, il 12 marzo (dies natalis del Santo) e il 3 settembre (data dell’ascesa al pontificato).

Lo studioso Antonio Franco individua l’uomo del cambiamento in don Giuseppe Nicola Costanzo, arciprete di Casalnuovo dal 1748 al 1786.

Egli, insieme al vescovo Alessandro Maria Kalefati, che nel 1784 è in visita pastorale a Casalnuovo, avrà una parte notevole nel processo di affermazione del culto del Santo patrono in città.

Il primo dato a risentire di questo forte slancio devozionale è l’incremento esponenziale del numero dei bambini a cui viene imposto il nome di battesimo “Gregorio”: da poche unità a 65 su 154 nel 1785. [6]

Il 1875 è l’anno della svolta.

Nel diffuso fervore cultuale, tanto merito è da attribuire, altresì, a due illustri personaggi manduriani: Marianna Giannuzzi e il Canonico D. Giuseppe Micelli.

Viene commissionata ai fratelli Trillocco (valenti scultori napoletani) una statua lignea raffigurante il Santo, giunta a Manduria nel 1786.

Ha inizio la costruzione di un cappellone nella Collegiata dove collocare la statua (compiuto nel 1792), al quale contribuiscono numerosi fedeli con il proprio lavoro, anche nei giorni festivi — con dispensa del vescovo Kalefati)

Sono realizzate cinque grandi tele, una di un pittore romano, copista del Carracci, le altre dei pittori manduriani Pasquale Bianchi e Vincenzo Filotico).

Dopo i trascorsi soporosi dei secoli precedenti, la festa è “Rinovata con tutta solennità, e con generale Processione”: è scritto proprio così nella prima pagina del Registro degli Introiti ed Esiti per la festa di S. Gregorio Magno dell’anno 1785.

Dallo stesso registro, nel Regolamento per l’organizzazione della festa: «Che la Festa principale del suddetto nostro Santo Protettore prefissamente stabilita in ogni anno per li 3 di Settembre (…) si facci colla possibile solennità, e con pompa di Cere, Spari, Suoni, Processione generale, e tutt’altro che sembrerà confacente ad un giorno di allegrezza».[7]

Probabilmente, a ‘rinovare la festa’ sopita contribuiscono alcune circostanze.

La città non è più sotto il governo degli Imperiali, e questo può aver creato un terreno più adatto a un evento religioso di più ampia portata, quale poteva essere ad esempio una processione per le vie cittadine.

Inoltre, la città proviene da decenni difficili, funestati da calamità naturali (terremoti, gelate, siccità, invasione di locuste), per alcune delle quali si organizzarono processioni penitenziali; da epidemie di peste reali o scampate (l’ultima proprio nel 1785), per le quali si nutrivano sentimenti di gratitudine verso il Santo, grazie alla cui intercessione il pericolo era stato evitato.

Qualunque siano stati i festeggiamenti in onore di S. Gregorio negli anni precedenti, è un fatto che nel 1785 e per tutti gli anni a venire ‘la festa rinovata’ è ben altra cosa.

L’intera comunità contribuisce all’allestimento della festa del santo patrono con una questua, in denaro o in natura, alla quale sono preposti i deputati per la festa: uova, animali, grano, cotone, mosto, olio, fichi, legumi, ma anche oggetti preziosi e capi di vestiario, che sono successivamente venduti.

Nei giorni immediatamente precedenti la festa, i banditori avvisano i cittadini di rendere decorose, pulite e illuminate le vie interessate alla processione del Santo, anche in vista della cosiddetta “cavalcata”: cavalli, muli e asini, bardati a festa e gestiti da un “comandante”, accompagnano la processione del Santo.

Fino al 1790 la statua del santo viene portata in spalla dai bastasi (i ‘facchini’), regolarmente ricompensati per la loro prestazione; dal 1791 e fino al 1904 farà la sua comparsa uno scenografico carro cerimoniale.

La musica, di genere religioso, allieta i fedeli lungo il percorso della processione, ma anche dentro la Collegiata e nello spazio antistante, nelle sere precedenti la festa: trombe, tamburi, grancassa e pifferi.

Nell’attuale piazza Garibaldi abbiamo l’esibizione della banda, sistemata sul tosello, un palco a gradini di semplice fattura. L’esecuzione dei brani musicali diviene via via più ricercata negli anni fino a ricorrere a bande musicali provenienti dai paesi vicini (Francavilla, Erchie ma anche Neviano e Lecce).

Oltre alla musica, a dare lustro alla serata sono previsti giochi pirotecnici, progressivamente affidati ad esperti dei paesi vicini; negli anni 1830-40 si ha notizia di piccoli palloni aerostatici, di un albero della cuccagna issato davanti palazzo Imperiale e nel 1849 di un ‘Giuoco della Caldara’ e un ‘Giuoco della Corsa’.

Qualche anno più tardi compaiono le ‘luminarie ad olio’, archi di legno poggiati su pali fissati ai lati delle strade, lavorati e traforati in vario modo, ai quali sono appesi decine di piccoli lumini a olio per rallegrare e illuminare il passeggio dei cittadini.

Nell’articolo di domani scriveremo dello scenografico carro utilizzato durante la processione dal 1791 al 1904.


BIBLIOGRAFIA
ANNOSCIA Mario, La festa di S. Gregorio Magno, Patrono di Manduria nella cronaca e nelle tradizioni popolari, Libreria Messapia, 1988;
FRANCO Antonio, Gregorio Magno: la travagliata storia di un santo protettore, in “QuaderniArcheo” Periodico di cultura di Archeoclub Manduria, N. 9, maggio 2018, pp. 121-154;
FUMAROLA Vito., MUSARDO TALO’ Vincenza, I Santi Patroni di Taranto e Provincia, ed. del Grifo, 2000;
MONTALBANO Pio, San Gregorio Magno patrono di Manduria, Manduria 2010;
TARENTINI sac. Leonardo, Breve compendio della vita di S. Gregorio Magno, Massafra 1898.


[1] Cfr. sac. Leonardo Tarentini, Breve compendio della vita di S. Gregorio Magno, Massafra 1898.

[2] Sac. Leonardo Tarentini Cenni storici di Manduria-Casalnuovo, Atesa editrice, 1996, p. 122.

[3]Mario Annoscia, La festa di S. Gregorio Magno, Patrono di Manduria nella cronaca e nelle tradizioni popolari, Libreria Messapia, 1988.

[4] A questo proposito, cfr. anche V. Zacchino, Imposture e mistificazioni di agiografi curiali ai danni di Antonio Galateo nel corso del Settecento, in “L’Idomeneo” (2017), n. 23, 209-222.

[5] Antonio Franco, Gregorio Magno: la travagliata storia di un santo protettore, in “QuaderniArcheo” Periodico di cultura di Archeoclub Manduria, N. 9, maggio 2018, pp. 121-154.

[6] Ivi.

[7] Cfr. Mario. Annoscia, op. cit.