NOTE A MARGINE — Un romanzo indubbiamente originale ha impegnato il Gruppo di Lettura Archeoclub nel suo nuovo incontro: L’affare Donnolo di Pietro Matino, Giovane Holden Edizioni, Viareggio 2019.
L’originalità dell’opera si intravede già nella definizione del genere: un thriller che intreccia storia, archeologia e misticismo ebraico, con un occhio di riguardo ai luoghi che abitano l’animo dell’Autore, l’Umbria, dove la narrazione ha inizio e si sviluppa, e la Puglia (l’Autore è manduriano), dove ogni cosa si compone e ritrova un senso.
La storia ha inizio con l’omicidio del professor Antonio Nardi, docente universitario pugnalato e derubato della sua borsa all’uscita dalla Biblioteca Augusta di Perugia una sera che minacciava temporale. In contatto da tempo con il professore ucciso sono Samuele e Marta, due archeologi di Oria trasferiti a Perugia per seguire un progetto di ricerca da parte di un’equipe di giovani ricercatori dell’Università, guidata proprio dal professor Nardi.
Si tratta di un lavoro riguardante gli studi compiuti da un personaggio di Oria realmente vissuto fra il IX e il X secolo: Shabbatai Ben Abraham Donnolo.
È la Storia che entra nel romanzo.

Shabbatai Donnolo è una figura poliedrica e complessa: ebreo, studioso della Qabbala, medico, farmacologo, filosofo, astronomo, egli fu considerato dai suoi contemporanei un uomo di una conoscenza straordinaria, fino a essere ritenuto depositario del segreto dell’immortalità, perché si riteneva avesse decifrato il linguaggio di Dio. Per questo motivo, nel corso dei secoli, in tanti hanno cercato di appropriarsi dei suoi scritti.
Proprio a Oria, città in cui Donnolo soggiornò a lungo, Samuele e Marta, discendenti da antiche famiglie ebree residenti a Oria, sono entrati in possesso di un frammento di una ‘stele di famiglia’. Vittime di strani incidenti, che i due archeologi ritengono legati proprio al possesso della stele, essi sperano di decifrarne alcuni segni che la contraddistinguono, grazie al supporto scientifico del professore Nardi, anch’egli di origine ebraica.
La narrazione procede alternando le intuizioni e le ipotesi degli studiosi, alle complesse indagini dell’ispettore Rosati, fino alla scoperta dell’esistenza di due discendenti di Donnolo, Eliseo e Gioele, scampati alla morte, ma condannati, dall’uso sacrilego del divino da parte di alcuni rabbini, a vivere il primo da ‘golem’ , il secondo da ‘gigante’ .
Il cerchio si chiuderà a Manduria, in località ‘Castelli’.
La particolarità di questo romanzo rispetto al gruppo che lo ha letto è che ogni componente ha riportato nella discussione un aspetto diverso ritenuto durante la lettura:
1) l’uso di una scrittura immediata, semplice, ma all’occorrenza sostenuta;
2) la ‘serenità’ della narrazione, nella quale l’elemento di ‘suspance’ viene introdotto a piccole dosi, sciogliendosi serenamente poco dopo, per cui il lettore alterna piacevolmente parti più intense a parti più discorsive;
3) l’assoluta aderenza al vero dei luoghi narrati, frutto di enorme studio e conoscenza;
4) la felice combinazione fra macro e microstoria, che ha portato a conoscenza del lettore uno spaccato di un’epoca lontana e culturalmente complessa (l’accademia ebraica oritana, di cui Donnolo fu uno dei massimi esponenti);
5) l’intrigante e complessa trama, assolutamente ben congegnata;
6) l’accattivante copertina raffigurante un suggestivo scorcio della nostra città.


