Ultimo incontro di questa stagione 2025/26 per il gruppo di lettura Archeoclub che si è confrontato su Vite che non sono la mia di Emmanuel Carrère edito da Adelphi.
Un testo che sarebbe improprio definire un romanzo, non ha nessuna peculiarità del romanzo. Un lungo racconto autobiografico? Indubbiamente la narrazione scaturisce da esperienze vissute in prima persona, ma è narrata la vita degli altri, come recita il titolo, non la propria. Un reportage? Solo nello stile asciutto che sembra voler prendere quasi le distanze da quanto narrato ed informare il lettore più che coinvolgerlo, anche se in alcuni passi invece accade.
Indubbiamente un testo particolare su cui diversi sono stati il giudizio e le riflessioni delle lettrici. L’approccio è d’impatto, nessuna descrizione dei luoghi, dei personaggi, quasi nessun dialogo. La prima impressione potrebbe essere quella di trovarsi di fronte ad un testo dalla connotazione pirandelliana.
L’Autore è nello Sri Lanka, si trova a vivere la terribile esperienza di uno tsunami e da spettatore osserva la vita degli altri, quella vita che deciderà di raccontare. Gradualmente però il suo racconto stimola considerazioni e la narrazione procede come se fosse un’indagine psicanalitica, scavando nell’animo dei personaggi e rivelandone le pieghe più nascoste.
Quando leggiamo o apprendiamo dai media di una catastrofe naturale siamo colpiti dalle vittime, le macerie, la distruzione ed il senso di desolazione. Carrère ci porta a considerare quello che c’è dietro le immagini o le righe che descrivono la tragedia, scopriamo così dietro le macerie materiali quelle dell’anima, la trepidante attesa che diviene ansia e poi angoscia dei sopravvissuti che non trovano più un familiare, di cui ignorano la fine.
Nello specifico due genitori che non trovano più la loro bambina di quattro anni travolta dall’onda apportatrice di morte. Una giovane famiglia, conosciuta nella bella località, che vede trasformare la propria vacanza in tragedia e così, lì dove sembrava regnare una serenità intaccabile ed il tempo scorreva tranquillo subentra la distruzione.
Έ qui che l’Autore non è più spettatore, vive il loro dolore, la speranza che poi svanisce, la ricerca spasmodica negli ospedali per poter almeno recuperare la salma della piccola, la consapevolezza che nulla sarà come prima, poiché se fosse possibile dare un’immagine plastica del dolore sarebbe proprio quella del genitore che perde il proprio figlio.
Da qui prende avvio la decisione di Carrère di narrare il dolore. Le storie successive saranno quella della cognata Juliette, magistrato, colpita dal cancro e quella del suo collega e grande amico Έtienne, entrambi disabili, l’una per le conseguenze di una terapia non ha più l’uso delle gambe, l’altro per una curiosa coincidenza, per un cancro alla gamba in giovanissima età ed una terapia irresponsabilmente interrotta, colpito da una recidiva si vede amputare la gamba malata per poter vivere.
Carrère nel ripercorrere il loro dolore si confronta lui stesso con il dolore. Due persone non avranno più la vita a cui erano abituati, ma ricominciano, si rialzano. Juliette, nonostante tutto, forte e determinata sposa Patrice, non proprio l’uomo che la famiglia vorrebbe accanto a lei, sognatore, un poco complottista, certamente non ambizioso, costruisce con lui una bella famiglia, mamma di tre bambine diviene un magistrato. Seria e determinata è professionalmente apprezzata.
Έtienne, quando gli viene amputata la gamba, deve fare i conti con questo “vuoto” nel suo corpo. Qualcosa gli è stato definitivamente tolto. Anche lui però, nonostante tutto reagisce. Diviene magistrato, collega di Juliette, con cui stabilisce un’amicizia sincera, fraterna ed un sodalizio professionale come pochi.
Insieme collaborano per combattere le ingiustizie nei processi per indebitamento, per difendere i più deboli, lì dove si avverte maggiormente l’arroganza legata al denaro. Forse sono queste le pagine meno felici o meglio più tecniche, sebbene funzionali alla comprensione sia dei principi dei due che dell’impegno professionale.
Questa quotidianità, che però è equilibrio nella vita, negli affetti, è sconvolta dalla malattia di Juliette, colpita dal cancro, senza possibilità di appello. Ma anche questa prova, durissima, non piegherà questa donna giovanissima che lotta fino alla fine, anche se è lucidamente consapevole di chi uscirà vincitore.
Lei avrà la forza di programmare tutto, il suo funerale, organizzare la vita della sua famiglia per “dopo”, cosa dovranno fare le sue bimbe nei primi tempi, ricorrendo e chiedendo la collaborazione di amici e parenti. Accanto a lei ci saranno sempre a sostenerla Patrice ed Έtienne, ciascuno nel suo ruolo e rispettosi dei propri confini, la sorella e le sue bimbe adeguatamente preparate alla morte della mamma.
Un testo che quindi ha come protagonista il dolore quello di Carrère? Certamente, ma non un dolore sterile, ripiegato su sé stesso, in un’inutile commiserazione. Carrère non indulge alla pietà, eppure si è confrontato con delle perdite gravissime, quella di un figlio e quella di una giovane moglie e mamma, racconta di questo sì, ma per raccontare della resilienza, della rinascita dal dolore, della forza che ciascuno può trarre da un’esperienza dolorosa. Il vero messaggio è questo.
La vita riprende per la giovane coppia che ha perso la figlioletta nello tsunami con la nascita di due bimbi, continua per Έtienne nonostante la scomparsa della sua migliore amica, compagna di lotta e lavoro, continua e rinasce anche per Patrice e le sue bimbe, anche la più piccola, Diane, che non ha ricordi vividi della mamma, l’ha persa quando aveva quindici mesi e l’ha vista solo nel power point realizzato prima che morisse, ma ne parla sempre. Patrice e le bimbe sono sempre una famiglia, nel ricordo di Juliette, un ricordo non turbato, sereno, che non rompe il fragile equilibrio delle bimbe, anzi forse le sosterrà a crescere.

